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Chi siamo

Non vogliamo le tue corse.

Vogliamo essere lo strumento con cui te le tieni.

Ci siamo arrivati per esclusione, e dopo esserci sbagliati una volta.

Come ci siamo arrivati

Abbiamo cominciato dalla parte sbagliata.

E per fortuna ce ne siamo accorti presto.

La prima versione di UrbanGo era un’app per passeggeri. L’idea era quella che hanno tutti: costruire la domanda, attirare gli autisti, e sperare che i due lati si incontrassero. È finita sugli store nel 2024, con qualche centinaio di autisti e un paio di migliaia di passeggeri.

Non è bastato, e non sarebbe bastato nemmeno con dieci volte tanto. Creare domanda da zero su un territorio piccolo chiede investimenti che non hanno niente a che vedere con la qualità del prodotto.

Ma la cosa che ci ha cambiato l’azienda è un’altra. La domanda esisteva già, e la serviva qualcun altro: centrali e servizi NCC, gente che conosce il territorio e che si è costruita una rete di fiducia in vent’anni. Stavamo provando a costruire da zero una cosa che era a cinquecento metri da noi, e che intanto stava perdendo pezzi.

Le tre cose che abbiamo imparato

Gli autisti fantasma. Facendo iscrivere chiunque, l’app si riempì di autisti risultati online e in realtà non disponibili. Da lì la regola che vale ancora oggi: si entra solo attraverso una centrale, che risponde di chi manda in strada.
La domanda non si inventa. Costruirla costa più di quanto un prodotto onesto possa ripagare. Servirla dove già esiste costa molto meno e funziona subito.
Il divario non era di volontà, era di strumenti. Quasi nessun operatore si lamenta del proprio gestionale: non perché vada bene, ma perché non sa che potrebbe andare diversamente.
La riga da cui è cominciato tutto
«Un’app dev’essere uno strumento, non un algoritmo che decide.»

È del 2023, ed è arrivata prima di tutto il resto. Da lì discendono le due scelte che ancora oggi ci distinguono: che sia l’autista a fissare le proprie tariffe, e che sia lui a incassare la corsa dal passeggero. Non sono concessioni: sono la conseguenza del fatto che un autista è un libero professionista, non un fornitore a cottimo.

Il progetto è nato studiando il modello di Uber e trovandolo insostenibile prima ancora che contestato. La sentenza svizzera che gli ha dato torto non l’abbiamo letta come una notizia di un altro paese: i problemi erano gli stessi ovunque, a cambiare erano solo le reazioni politiche. L’abbiamo usata come elenco di requisiti, e abbiamo costruito sopra ogni punto in cui quel modello era stato ritenuto fuori legge.

Come lavoriamo

Si capisce meglio da quello che non facciamo.

Sei decisioni prese, non sei valori appesi al muro.

Non possediamo auto

Non abbiamo una flotta e non ne avremo. Le auto sono di chi ha la licenza, e con quella la responsabilità di ciò che succede in strada.

Non decidiamo i prezzi

La tariffa la costruisce l’autista sui suoi costi, e la centrale applica la sua politica sulle corse che manda. Nessun algoritmo nostro tocca quel numero.

Non teniamo i clienti

Chi prenota entra nell’anagrafica della centrale che lo serve, con il suo storico e le sue condizioni. Non sono utenti nostri da rivendere.

Non incassiamo la corsa

Il passeggero paga l’autista, come ha sempre fatto. Da noi passa una commissione, non il denaro del servizio.

Non chiediamo canoni

Nessun abbonamento, nessun costo di attivazione, nessun minimo. Guadagniamo se lavorano, e se non lavorano non guadagniamo.

Non facciamo i controllori

Le licenze le rilasciano i comuni e le rispetta chi le ha. Noi siamo l’infrastruttura: chi si iscrive dichiara di essere in regola e ne risponde.

Dove siamo adesso

Il prodotto è in costruzione. Le idee no.

Stiamo scegliendo le centrali con cui partire, una alla volta e senza fretta: le prime decidono com’è fatto tutto quello che viene dopo. La cronologia per intero, errori compresi, è in La nostra storia.